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Viabilità, forme insediative, musealizzazione e valorizzazione del Patrimonio Culturale. Le ricerche del Master TECAM ai Castelli Romani e Prenestini, a cura di Elisabetta De Minicis e Francesca Zagari, Roma, Spolia, 2015, 102 pp., 9 EUR (versione Ebook)

 

 

 

Paolo Mietto, Adolfo Panarello, Marco Avanzini, Francesco Sirano, Lisa Santello, Matteo Belvedere, Giuseppe Rolandi, Marco De Angelis, Ciampate del diavolo. Le impronte dei primi uomini sul vulcano Roccamonfina, ISBN 978-88-89172-19-3, Roma, 2013, pp. 42, 12,50 EUR (versione cartacea); 9,00 EUR (Ebook ISBN 978-88-89172-20-9)

Siamo nella Campania settentrionale, sulle pendici del vulcano di roccamonfina… Qui una radicata tradizione indicava appunto come ‘ciampate del diavolo’ una serie di antiche impronte presenti sul terreno vulcanico che i più anziani con fantasia popolare attribuivano ad una passeggiata del diavolo, l’unico a poter camminare su quelle che un tempo erano ritenute colate laviche consolidate.

È merito di Adolfo Panarello e Marco de Angelis aver compreso, poco più di dieci anni fa, la reale natura delle impronte che si sono rivelate le più antiche impronte fossili umane note in europa e tra le più antiche a livello mondiale. Si tratta di una scoperta frutto della determinazione e della profonda conoscenza di un territorio, la cui conferma è venuta dal contributo determinante di Paolo Mietto, il quale, a capo di un team di illustri scienziati, ha avviato un’intensa attività di documentazione e di studio del sito che non si è ancora conclusa.

(Dall’Introduzione di G. Mesolella)

 

Teresa Nocita, Dieci novelle. Commento a Decameron I 1-10, ISBN 978-88-89172-18-6, Roma, 2012, 100 pp., 12,50 EUR (versione cartacea)

Ciappelletto, Abraam giudeo, Melchisedech, Il monaco e l’abate, La marchesana di Monferrato, Il buon uomo e l’inquisitore, Bergamino, Guglielmo Borsiere, La donna di Guascogna e Maestro Alberto: le prime dieci novelle del Decameron di Giovanni Boccaccio sono nuovamente commentate in questa edizione attraverso note puntuali e brevi apparati introduttivi.
Il testo del Decameron, disposto su due colonne, riproduce l’impaginazione dell’autografo Hamiltoniano, manoscritto d’autore dal quale viene ripresa anche l’articolazione dei paragrafi individuati dalle maiuscole di dimensione più grande (tipo 1, 2, 3).


Teresa Nocita (Roma, 1968) si è addottorata in Letterature romanze del Medioevo presso l’Università di Zurigo e insegna Filologia della Letteratura italiana all’Università dell’Aquila.
Tra le sue pubblicazioni figurano numerosi contributi sul Decameron di Giovanni Boccaccio, il repertorio BLIMT. Bibliografia della lirica italiana minore del Trecento, Roma 2008, e l’edizione degli scartafacci del drammaturgo/pittore Giordano Falzoni Album. Appunti inediti dell’ultimo incontro del Gruppo 63 (Fano, 26-28 maggio 1967), Enna 2012.

 

Giuseppina Brunetti, Mi sei venuto a trovare, ISBN 978-88-89172-17-92, Roma, 2012, 58 pp., 12,50 EUR (versione cartacea)

I proventi delle vendite saranno interamente devoluti a VIC - Volontari in Carcere Onlus Caritas

 

Da 'Un’introduzione'

Sei ore di sei giorni diversi, di sei esseri umani in carcere. Sei ore immaginate, la cui lentezza o brevità non conosceremo poiché unica è la vita e il tempo di ciascun ristretto, indicibile. E sarà dunque tempo inventato questo, raccontato e fermato nella scrittura o poi nel ricordo. Tre sono ore notturne e tre diurne, ma le simmetrie sono tornate da sole, come i numeri esatti ed i simboli di ogni exameron. Ci sarebbero pure ragioni, minime e minute, ma contano di più gli incontri. Perché le cinque ore di uomini e l’unica di donna hanno dei ritorni fuori della cella di ognuno: a ciascuno corrisponde un compagno, un’altra voce. Sono quelli che, nella realtà condivisa dell’incontro, permettono la parola di chi è solo, trattenuto in una stanza posta fuori dal mondo. Stanza di sei pareti, shash jihat, i nostri sei lati del mondo.

Non è qui materia di colpa, del motivo delle detenzioni, neppure è nominata l’autorità coercitiva, volta a volta diversa. Ma se si leggesse ogni giorno un’ora di quelle sei vite, figurandovi lì, appena, la nostra, si giungerebbe forse leggeri, tutti, a una domenica di libertà.

Quanti sono in questo istante gli esseri carcerati in Italia e nel mondo? Una folla, muta. Quanti gli altri che li incontrano? Eppure a fondamento della cultura occidentale c’è un discorso sul carcere (‘la caverna di Platone’), sulla situazione umana come posizione di reclusione o di restrizione, di liberazione attraverso la conoscenza e la fiducia. Così uno dei più antichi testi dei gentili e il primo testo dei cristiani (il papiro Rylands ossia il più antico brano sopravvissuto dei Vangeli: Gv, 18.31-33), parlano entrambi di prigione. Il caso sorride, quand’anche esistesse.

Il carcere è realtà e metafora, è sempre condizione. Di esistenza. Pure in quella forma l’umano vi appare, come l’acqua in un bicchiere, trattenuta ma non per ciò meno limpida. Nulla perde della sua natura l’acqua, nel contenitore, se non la motilità, lo scorrere, l’intersecare. Per questo le voci e gli incontri lì sono più essenziali e intensi, perché restituiscono l’incrocio, ridanno a quell’acqua o a una vita il sapore della roccia che può ancora attraversare. Con noi. Un diritto all’orizzonte.

La parola ritrovata è di sei prigionieri, tutti storici e riconoscibili: Onesimo di Bisanzio, Gesù di Nazareth, Francesco d’Assisi, Giovanna d’Arco, Antonio Gramsci, Pavel Florenskij; altrettanti i loro interlocutori o compagni: Paolo di Tarso, Maria di Magdala, frate Leone, le voci, un passero, Anna Achmatova. Ognuno parla al suo compagno, ognuno vi corrisponde scoprendo con pudore aspetti e parti, tagli di luce nascosta e iridescente. Ognuno, lì vivo, così sopravvive. Libera sguardi di paura, si china delicato come si fa su fiamma che sta per spegnersi; si fa fragile, spaventato dall’estrema semplicità della vita, dalla verità nuda dell’altro, ma si fa prossimo tanto da immergersi nell’umano, per costruirvi una tenda di presenza. Per custodire, controvento. Per resistere accanto, con la tenerezza dell’attenzione e l’intimità del respiro: s’accosta lieve come neve sul prato, come già foglia d’oro al suolo o poi carezza di pioggia fina sul germoglio, sole aperto sul fiore d’estate. Nelle stagioni si abita la vita. Ma occorre amare le porte per sostenere una luce, la speranza è in una frontiera di due. Nello sguardo scambiato, nelle parole divise, nel venirsi a cercare. È così l’amare, confidenza del limite; e, nel profilo mutevole di riva, la bellezza. Perché lo sguardo è un gesto.

 

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